Competenze emotive: perchè ?

Intervista di Maria Vittoria Lanzara a Graziella Allevi, psicologa e psicoterapeuta sul tema "Competenze emotive"

Dott.ssa Allievi, ci può illustrare i motivi per cui l’intelligenza emotiva è una risorsa importante per lo sviluppo armonico di ogni persona?

Coniando il termine intelligenza emotiva, Goleman fa riferimento alla capacità delle persone di riconoscere i propri sentimenti, di rintracciarli negli altri, di motivarsi e di riuscire a gestire le emozioni in maniera positiva sia a livello interiore che nelle relazioni sociali.

Il passo di Goleman è verso un superamento del Quoziente Intellettivo (QI) come unico sistema di riconoscimento delle capacità dell'individuo. Egli infatti riconosce l'importanza del QI  (che ci permette di rilevare in maniera puntuale capacità umane, sì, ma meramente cognitive) e conferisce pari dignità al Quoziente Emotivo (QE - o emozionale, per dirla con il termine dell'autore), che identifica l'indice generale delle abilità emotive, differenti dall'intelligenza e ad essa non più secondarie, ma complementari. Le due intelligenze convivono, si compenetrano e si completano vicendevolmente.

La strada che ci conduce fino al moderno e multiforme dibattito sulla provenienza delle nostre emozioni iniziò ad essere battuta nel 1884, con la pubblicazione dell'articolo di William James “What is an Emotion?”.

Da allora molto si è aggiunto alle nostre conoscenze: il cervello umano contiene circa dieci miliardi di neuroni collegati in modi estremamente complessi. E delle molte cose strabilianti e sconcertanti di cui sono capaci le scintille elettriche all'interno di queste cellule, e i loro scambi chimici, la creazione di emozioni è sicuramente la più strabiliante e la più sconcertante di tutte. Se guardiamo le emozioni con gli occhi della mente, ci sembrano insieme ovvie e misteriose. Sono gli stati cerebrali che conosciamo meglio e ricordiamo con maggior chiarezza, lentamente o all'improvviso, per cause oscure o luminose. Non sempre sappiamo perché ci alziamo con il piede sbagliato, e ci capita di essere scortesi o feroci per ragioni diverse da quelle che secondo noi guidano le nostre azioni. Possiamo reagire al pericolo prima di "sapere" che ne corriamo uno, essere attratti dalla bellezza estetica di un dipinto senza capire consciamente che cosa ci piaccia. Anche se le emozioni sono l'essenza del nostro essere, sembrano avere un proprio piano, spesso realizzato senza la nostra partecipazione volontaria.

La mente è quindi qualcosa di più della semplice cognizione e nel processo emotivo rientrano stati soggettivi di consapevolezza, ma non solo. In situazioni emotive la mente elabora stimoli e controlla le reazioni, per cui le emozioni hanno un ruolo importante nelle nostre esperienze di vita e di lavoro.

Conoscere le proprie emozioni è la chiave di volta dell'intelligenza emotiva […], la capacità di monitorare istante per istante i sentimenti è fondamentale per la comprensione psicologica di se stessi, mentre l'incapacità di farlo ci lascia alla loro mercé.

Essere molto sicuri dei propri sentimenti facilita la gestione dei percorsi di vita e di lavoro.
Chi possiede una percezione più sicura e ferma di ciò che prova, riesce a muoversi meglio nelle scelte e nelle decisioni personali.

Dato l’attuale contesto socio-relazione, influenzato anche da un forte senso di precarietà economica, in che modo le competenze emotive possono essere, oggi più di ieri, un supporto indispensabile per le persone ?

La diffusione di interventi formativi di alfabetizzazione emozionale, il diffondersi di esperienze formative centrate sulla crescita emozionale, delle pratiche di coaching, simulazione, outdoor training piuttosto che di counseling ci forniscono il polso della situazione.  In effetti ovunque si colgono espressioni su ciò che fa la differenza oggi: non solo competenze tecniche e conoscenze, ma anche e soprattutto capacità di gestire le relazioni, di saper comunicare le proprie emozioni, di saper entrare in contatto e in sintonia con gli altri, di fare gruppo, di fare squadra.

E' così che si ricerca una risposta alle necessità di crescita, di ricerca del benessere personale e professionale, di miglioramento delle capacità di problem solving, di miglioramento dei rapporti interpersonali, di accrescimento della consapevolezza di sé, di elaborazione e gestione delle emozioni, di ricerca della motivazione, di sviluppo professionale, di sviluppo delle conoscenze, degli atteggiamenti, dell'ascolto, della comunicazione, in breve: di soluzioni per condurre una vita più piena di senso, più soddisfacente e ricca di risorse, sia dal punto di vista personale che professionale.

Il diffondersi di esperienze formative centrate sulla crescita emozionale ci autorizza a compiere uno sforzo - e in qualche modo ce lo impone anche – verso il riconoscimento di una necessità collettiva, quella dell'appropriazione piena della propria competenza emozionale, che non può però essere scissa dal bisogno fondamentale di una sua applicazione consapevole, diffusa quanto cauta, ai processi formativi, con l'obiettivo di dotare di senso l'apprendimento e di rendere la formazione la chiave di volta per lo sviluppo personal-professionale della persona, ove qualità e abilità quali l'autocontrollo, la sicurezza di sé, la comunicazione efficace, l'espressione dei sentimenti, l'arte di ascoltare, di risolvere i conflitti e di cooperare, la capacità di costruire network, l'attitudine a convincere, l'empatia, l'equilibrio e la creatività la fanno da padrone.

Quando si parla di emozione si pensa subito allo stress o alla rabbia, alla paura … gli studiosi ci dicono che esse sono tante e diverse. Come fare una buona formazione alle emozioni?

Possiamo rintracciare cinque ambiti principali dell'intelligenza emotiva. In ciascuno di essi sono contenute capacità specifiche che ci supportano nelle nostre azioni, determinano il modo in cui controlliamo noi stessi (ambito personale) e gestiamo le relazioni con gli altri (ambito sociale).

Il percorso per portare l'intelligenza nella sfera delle emozioni è un percorso fatto di cinque tappe:

Va da sé che ciascuno di noi può avere capacità diverse in ciascuno dei cinque ambiti.

Quale la funzione di una formazione esperienziale, svolta in gruppo, per lo sviluppo delle emozioni?

Rivedere in “aula”, come in una specie di laboratorio, le proprie emozioni agendo attraverso metafore, giochi di ruoli e svariate altre attività, consente di dare forma al proprio sentire comprenderne la forza, l’origine e la destinazione.

Questo è il primo passo per poter orientare l’energia emotiva e viverla positivamente!



In partenza in 6 aprile un ciclo di 7 incontri organizzato da Siforma e
rivolto a giovani ed adulti interessati a migliorare il self control, l’empatia, l’ascolto

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Perché allenarsi al Public Speaking?

La voce dice sempre di me e per me, ciò che sono e ciò che faccio.

Chi riesce a dire bene la propria idea ed ad essere ascoltato, accresce l’autostima, forza necessaria per riuscire a dare voce al mondo invisibile dei pensieri così da renderli realtà condivise e a genere ben-essere economico, relazionale, sociale.
Talvolta accade che emozioni e preoccupazioni, ostacolano il fluire dei concetti e la parola si blocca, l’eloquio diviene intermittente, si svicola nel silenzio, si alimentano pre-giudizi verso se stessi ed il contesto.

Allenandosi a parlare in pubblico, ciascuno può rendere virtuoso questo circolo!

Da anni, lavoriamo per lo sviluppo del “public speaking” attraverso l’applicazione dei principi della maieutica e della psicofonia: conoscere il proprio strumento voce, essere consapevoli delle sue potenzialità, sapere come allenare la voce per utilizzarla al meglio nello svolgimento della professione, e in generale nelle attività sociali.

metodo PARLARE in PUBBLICO

Il Metodo Siforma per "Parlare in pubblico"

Il lavoro sul public speaking, secondo tale impostazione, tende a riequilibrare la persona, sintonizzandola con le sue risorse comunicative, apprendere a valutarle e saperle esprimere. Ri-conoscere la potenza della propria voce consente di fronteggiare, con la giusta presenza, le situazioni socio-relazionali le quali dipendono, in buona parte, dal modo in cui si parla (ad es. gestire un gruppo di lavoro, relazionare dati, coordinare riunioni, presentare prodotti e o risultati, confrontarsi per accordarsi su proposte e progetti etc)

Chi utilizza bene la voce è capace di praticare una corretta respirazione, agire l’intelligenza corporea attraverso i cinque sensi, con i quali si stabilisce il contatto tra l’interno e l’esterno, voce interiore e voce parlata.

public-speaking-leve-formazione-siforma

Le aree del parlare in pubblico che trattiamo e le caratteristiche della persona su cui facciamo leva per migliorare

 

In particolare il training agisce su 2 aspetti per

Competenze socio-relazionali

  • migliorare il tempo di conferimento/presentazione/illustrazione etc
  • rendere l’eloquio più fluido, riducendo le interruzioni e l’utilizzo di intercalari
  • rimanere centrati sul tema sul quale si sta parlando
  • procedere gradualmente ( inizio/corpo del discorso/conclusione)
  • saper sostenere una propria tesi

 

Empowerment

  • Apprendere a modulare con il respiro diaframmatico la propria voce per ridurre gli eccessi: toni aggressivi/vittimistici, volume alto/basso, ritmo veloce/lento
  • Diventare consapevoli dell’area di miglioramento
  • Saper fare un’autodiagnosi (l’eloquio è disturbato dall’emozione o dalla mancanza di contenuti?) per diventare più autonomi nell’apprendimento e nella pratica espressiva 
  • Saper distinguere tra fatti ed opinioni, tra emozione e pensiero

Nei moduli didattici trattiamo i seguenti contenuti:

  • Il public speaking e la comunicazione efficace
  • Il ciclo della comunicazione; ascolto/osservazione/ espressione
  • Differenza tra osservazione ed interpretazione: linguaggio denotativo e connotativo
  • L’uso della voce (approfondimento della strumento voce secondo i principi della psicofonia: allenamento sul respiro, base e consistenza della voce
  • Le caratteristiche della voce: suono/timbro/ volume/ritmo/melodia
  • Linguaggio non verbale (Sguardo,postura,gestualità. Presenza e movimento nello spazio)
  • L’intelligenza emotiva e la gestione delle emozioni attraverso il veicolo della voce
  • La gestione dello stress (Energia del corpo e della mente:respirazione, rilassamento, visualizzazione)
  • Costruzione del discorso (Fasi di preparazione. Struttura : introduzione, sviluppo , conclusione)

Svolgiamo Allenamenti sulle diverse tipologie di discorso

  • Relazionare: come illustrare il nocciolo del ragionamento, dati, fonti e fatti.
  • Parlare a braccio: come intervenire in una discussione e rappresentare interessi in una riunione
  • Il racconto e la metafora: come catturare l’attenzione dell’uditorio sollecitando emozioni, ricordi e connessioni mentali
  • La gestione del contradditorio: come esprimere il proprio punto di vista, riconoscere quello altrui e saper dibattere
  • Fare un discorso pubblico: come entrare, mantenere la scena, parlare, auto valutarsi ed essere valutati.

Qui qualche informazione in più sulla proposta formativa "PARLARE in PUBBLICO"  e una cronologia dell'esperienza sul campo:

  • 2013 gennaio: I edizione di "PARLARE in PUBBLICO"
  • 2013 novembre: II edizione di "PARLARE in PUBBLICO"
  • 2014 novembre: III edizione di "PARLARE in PUBBLICO"
  • 2015 novembre: IV edizione di "PARLARE in PUBBLICO"
  • 2015 marzo: V edizione di "PARLARE in PUBBLICO"
  • 2016 novembre:  VI Edizione di "PARLARE in PUBBLICO"

 

 

Storia di un allenamento

Un tempo, dopo una marachella, magari bella grossa, mia madre mi diceva:

Eligia Levita - Parlare in pubblico - Allenamenti Siforma

Dimmi cosa è successo ma... non raccontare favole!

Oggi, al corso Parlare in Pubblico, Maria Vittoria e Silvana, mi chiedono, invece, di raccontare favole e addirittura di farlo davanti ad un pubblico che con tanto di penna, carta e punteggio finale, decreta come è andata la mia performance. Queste due conduttrici sono davvero extraordinarie e sento dal cuore di ringraziarle per avermi dato, da adulta, l'opportunità di una riconciliazione con le antiche marachelle e di poter esperire attraverso l'allenamento “Il racconto e la Metafora”, quanto ancora c'è da apprendere nel raccontare favole.

Una piacevole scoperta: per me che insegno da tanti anni nella scuola è pane quotidiano raccontare storie per spiegare concetti, stili, forme e generi della musica. Mi servo della filastrocca (tanto da scrivere un libro di filastrocche musicali ) per "fare" musica con i ragazzi.

Favole, racconti e filastrocche sono degli strumenti di comunicazione efficaci e creativi. Con poche parole, quelle "giu-ste", come suggerisce Silvana, si può centrare l'obiettivo prefissato e trasferire all’altro:

  • la storia (il contenuto)
  • l'emozione (l'ascolto come presenza)
  • il messaggio (la morale)
  • la metafora.

La mia esperienza di allenamento

Ho raccontato al gruppo, altrettanto extraordinario per umanità, simpatia e intelligenza, la favola di Esopo intitolata “La lepre e la Tartaruga”.  Maria Vittoria ha scelto per me (non a caso!!!)  questa favola che ben si collega al problema TEMPO, un elemento per me particolarmente significativo nella comunicazione.

La favola

racconto e metafora - la tartaruga e la lepre

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali:
- Nessuno può battermi in velocità - diceva - Sfido chiunque a correre come me.-
La tartaruga, con la sua solita calma, disse:
- Accetto la sfida. -
- Questa è buona! - esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
- Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga.
- Vuoi fare questa gara? -
Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino.
La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: " Chi va piano va sano e va lontano "

Di fatto questo allenamento mi ha consentito di sentire chiaramente la percezione del tempo:

  • il mio da impiegare nel raccontare
  • quello della tartaruga e quello della lepre espressi nella favola.

Determinata a mettere in campo i frutti della mia applicazione su quanto appreso nel corso, ho deciso, nel ripassare il testo, di affidarmi al piacere di fare questa esperienza e mi sono concentrata su due elementi:

  1. non aggiungere altre parole (e quindi perdere tempo e concentrazione!!) oltre a quelle della storia;
  2. porre attenzione alla durata (un tempo non troppo breve non troppo lungo) del racconto per coinvolgere il gruppo nell'ascolto dall'inizio alla fine.

La successione degli eventi, nel racconto  è precisa e questo elemento mi ha facilitato parecchio nell'essere anch'io precisa nel ripetere le fasi della storia aggiungendo un'attenzione costante, durante la performance, allo sguardo verso il gruppo e i singoli, ai miei movimenti nello spazio della sala. La voce (altro aspetto su cui mi sono allenata particolarmente) è stata la mia carta jolly: mi sono divertita a farla muovere (tono, intensità, durata, andamento) nel dialogo tra i due animali esprimendo con chiara intonazione, nel finale, la morale.

Ricordo con felicità l'applauso ricevuto alla fine del racconto.  

Oltre l'aula

scuola

Ho riportato la stessa struttura utilizzata da Maria Vittoria per l'attività e le stesse indicazioni di svolgimento fornendo agli allievi la scheda descrittiva dell'esperienza:
- Nome di chi racconta
- Ti è piaciuta questa favola?  (SI|NO)
- Perché
- Quale emozione ti ha suscitato?
- Quale messaggio ti ha trasmesso?
- Quanto l'oratore ha facilitato il tuo ascolto?   (1|2|3|4|5)

L'aggancio l'ho colto quando interrogando degli alunni, questi mostravano uno studio non approfondito, poco curato nell'esercitazione quotidiana ed  in particolare nella pratica strumentale. Facendo con loro l'acrostico della parola MUSICA

M U S I C A: Mettere Udito (e) Suoni Insieme Chiede Attivazione

ho introdotto l'attività "Il racconto e la metafora" e il concetto che spesso con l'applicazione (un metodo di studio) si ottiene di più che con le qualità naturali non coltivate.
Gli alunni hanno aderito alla proposta e scelto ognuno una favola di Esopo che hanno raccontato alla classe, poi alla fine dell'esperienza ciascuno ha illustrato agli altri la strategia utilizzata per raccontare la favola.
Gli effetti avuti in classe, applicando le modalità sperimentate da me negli allenamenti, sono stati molteplici e in particolare:
- la partecipazione attiva di tutta la classe a partire dalla ricerca delle favole,
- la lettura attenta e ripetuta del brano per ben memorizzarla,
- l'ascolto degli altri,
- il dibattito sulla morale e la metafora,
- l'osservare gli altri,
- lo scambio delle emozioni provate,
- la valutazione del gruppo classe
- l'autovalutazione
La metafora scelta dagli alunni per collegare quanto vissuto nell'esperienza “ll racconto e la metafora” con l'abitudine all'applicazione costante sia nello studio (di tutte le discipline) sia nella vita, è davvero rilevante e significativa e fa riferimento al loro sentirsi come un' isola (I-SOLA): piccola, piena di apparenze e abitudini che limitano la fantasia, ma sulla quale inaspettatamente sbarcano emozioni (e motivazioni) capaci di cambiare la quotidianità e l'orizzonte producendo nuove idee.

Come per me anche per i mie alunni la regola è stata la stessa: l'allenamento quotidiano aiuta a raggiungere traguardi inaspettati e a credere in quello che dice, alla lepre, la tartaruga: "Non serve correre, bisogna partire in tempo".

La buona pratica

Agli inizi del corso, dopo il primo allenamento Maria Vittoria mi scrisse: "Adesso bisogna prima pensare a noi per poi prenderci bene in carico gli altri". Parole sante!!!

allenamentiGli allenamenti sono stati dei tempi supplementari fondamentali. Tempo dedicato alla buona pratica.  

Un tempo in cui i conduttori sono stati bravi nel proporci attivazioni gioiose e ben studiate per spronare ciascuno a mettersi in gioco e il gruppo a sostenere e ispirare tante riflessioni agendo, nei fatti, da specchio.   

Di volta in volta si è aggiunto un tassello di consapevolezza nel mio comunicare che ho riportato nella vita lavorativa e personale.

Gli elementi su cui sto continuando ad allenarmi sono sia l'emissione della voce con attenzione alla postura (Corpo/Voce/Emozioni) sia l'esposizione, nel tempo giusto, dei contenuti del discorso e facendolo nel modo più chiaro possibile.

Grazie a chi mi accompagna a proseguire il mio cammino sostenendomi nella cura del mio tallone di achille: "la gestione del tempo"

(Contributo a cura di Eligia Levita, corsista della IV edizione del corso "PARLARE IN PUBBLICO")

Gestisci lo stress

Gestisci lo stress, l’ultimo tassello prima della performance finale: il discorso pubblico

Silvana Noschese

M.Vittoria Lanzara

Integrando PSICOFONIA e MAIEUTICA
Silvana Noschese
e Maria Vittoria Lanzara hanno condotto
la 4 sessione di PARLARE IN PUBBLICO

Ascoltando la voce hai una traccia per scoprire le emozioni che sono dietro lo stress.
Per contattare quelle precise, occorre ricercare sotto la punta dell’iceberg.
Le domande maiuetiche sono uno strumento prezioso per riuscirci.

La parola stress è una delle più inflazionate,  forse perché è l’unica che utilizziamo per dire che qualcosa ci emoziona (si muove dentro di noi).
In realtà il ventaglio  delle emozioni è molto più ampio.

stress
Che cos’è lo STRESS

E’ un meccanismo di difesa finalizzato all’aumento dei livelli di attenzione e di risposta agli stimoli dell’ambiente esterno

Questo meccanismo caratterizza tutti gli esseri viventi

L’adrenalina scatena la sintomatologia da stress nelle due manifestazioni istintive: l’attacco o la fuga e prepara l’organismo a “battersi” o a “battersela”, e quando in una comunicazione si raggiunge la soglia critica la tensione è così alta da non poter più essere gestita dall’oratore.

Due le dimensioni dello Stress:

  • Dimensione tonica dello stress (Eustress): uno stress positivo che ti fa diventare più efficiente, ovvero quel motore interno che mette tutto in azione verso la meta
  • Dimensione tossica dello stress (Distress): uno stress negativo che porta un insieme di tossine al nostro interno così che l’organismo si blocca o reagisce diversamente da come dovrebbe

Come gestire lo STRESS? Imparando a prendersi cura delle emozioni

Gestire lo stress significa essere coscienti che abbiamo una forte carica di energia a disposizione, che ci sarà di grande aiuto se ben incanalata. Come gestire lo stress del prendere la parola? Riconoscendo le emozioni che si provano, sapere da cosa e da chi sono provocate.

Mappa delle emozioni

Fiore delle emozioni (FONTE: R. Plutchik)

Ci  vuole attenzione, ed allenamento costante all’ascolto di se e del contesto circostante, disabituati come siamo a contattare e trattare con ciò che si muove dentro di noi, o sotto la punta dell’iceberg, che dir si voglia!

Delle nostre emozioni  ne parla spesso solo la mente, la quale, però, se non è connessa ai dati (anche le emozioni sono tali!) rischia di dirci cose diverse da ciò che proviamo! E alla nostra mente piace inventare storie!

Ad esempio giustifichiamo alcune esternazioni verbali pensando che in questo modo siamo vigilanti sul lavoro, in realtà il non verbale comunica preoccupazione, così come è facile scambiare la noia con la rabbia; l’insofferenza con la tristezza  …

Se la diagnosi dell’emozione che proviamo è errata altrettanto sarà la “cura”, cioè la comunicazione risulterà incongruente.  Scelta di parole, tono della voce, sguardi, gesti, postura sempre dicono per noi l’emozione

Quando sentiamo forte la paura di parlare in pubblico il cervello evoluto prova a rasserenare la amigdala (memoria atavica del cervello) ma essa capisce solo segnali forti ed istintivi, quelli legati alla comunicazione paraverbale e non verbale.

Ecco perché è importante conoscere le proprie emozioni così che quando si fanno sentire con forza sappiamo come trattarle senza negarle, manipolarle, zittirle, azioni queste ultime che risultano spesso inefficaci.

Diverse sono le pratiche possibili che ci aiutano ad eliminare la parte tossica dello stress (eccessi e sovraccarichi delle emozioni)  e tenerci quella sana ossia quel movimento interno che ci da la spinta per una giusta azione.

Possiamo sciogliere le emozioni con la tecnica EFT (Emotional Freeedom Technique http://www.eft-italia.it/, http://www.emofree.it/) massaggiando i punti delle nostre emozioni e riattivando la nostra sensorialità, facendo  vocalizzi di psicofonia per armonizzare la voce e far evaporare il movimento interno, oppure praticare la mindfulness, una forma di meditazione basata sulla consapevolezza che  aiuta a prendere il controllo dei propri pensieri e delle proprie emozioni

Accade ad es. che la paura di parlare in pubblico, trattata con il giusto allenamento diventi una risorsa, essa ci stimolata a prepararci nella maniera migliore, ad anticipare i possibili pericoli a prevenire le obiezioni, a scrivere, provare, ricercare le parole giuste.

Alcuni suggerimenti pratici per ben disporsi alla performance, ricordando  che le emozioni ci dicono che siamo umani fallibili e non macchine perfette.

suggerimenti pratici per la gestione dello stress del parlare in pubblico

E per finire "Non arrenderti mai, dai a te stesso la libertà di essere gloriosamente fallibile" perché "Se sbagliomi corrigerete" (Karol Wojtyla)

 

Emozioni e comunicazione

Emozioni e comunicazione

loredana inghilleri

Sono emozionata!

Quante volte, magari prima di iniziare una performance, un esame, un compito importante, prima di iniziare a parlare in pubblico o semplicemente in vista di un incontro significativo ho fatto questo pensiero o l’ho espresso ad alta voce.

Come me sicuramente un po’ tutti.

Eh sì, perché emozionarsi è naturale, semplice, automatico come il respiro, è vitale, ossia segno che siamo esseri vivi, in movimento.

La parola stessa emozione evoca nella sua stessa etimologia un “motus”, un movimento da dentro a fuori.

La parola emozione è sempre rivelatrice di un rapporto tra l’interno e l’esterno, di un incontro che muove tutto il nostro corpo (muscoli, viscere, battito del cuore, ritmo del respiro, ecc…)

Tecnicamente l’emozione è prodotta nella parte più arcaica del cervello umano, l’amigdala ed è collegata a stimoli e memorie; in sé è neutra, è un immediata-corporea risposta ad uno stimolo.

Stare nelle emozioni significa “sentirsi” ed esprimerle è un modo per dire la verità.

Non è possibile comunicare senza le emozioni. Così come non è possibile essere vivi senza comunicare.

L’emozione è il nostro modo di essere presenti in maniera vitale.

Ma la mente interviene e giudica le emozioni: le connota attribuendole significati.

Sin da bambini, infatti, (in realtà in parte già esistono memorie cellulari psico-genetiche) a determinate esperienze e vissuti sono stati attribuiti dei valori, per cui dentro ciascuno si sono strutturate delle credenze, dei modelli tipo: “sono timido, sono chiuso, sono inadeguato, non sono abbastanza bravo, non lo fare ecc…” .

Tutto questo è collegato ad una paura fondamentale: entrare in contatto con gli altri nella personale verità, paura che si attiva perché si teme di non essere capiti, accettati, di essere rifiutati, in altre parole di non essere riconosciuti.

E mentre si chiede agli altri di essere visti e riconosciuti, si finisce per giocare tutta la vita a… nascondino.

E sì, quando si perde la diretta connessione tra mente, corpo, azione e si interpreta l’emozione sulla base di precisi modelli mentali, questi creano blocchi, limiti. Le emozioni diventano allora qualcosa da vincere, superare, controllare, gestire, spesso reprimere o nascondere.

Per comunicare è fondamentale rimanere in connessione con sé stessi e ciò implica essere presenti a ciò che si sente senza giudicarlo. Comunicare è dunque innanzitutto ascoltare: sé stessi e gli altri, venire fuori e non mascherarsi, in altre parole: comunicare è sapersi ancora e sempre emozionare!

Contributo a cura di Loredana Inghilleri, formatrice esperta in NEI (Integrazione Neuro Emozionale)